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In Interviste agli autori

Anoressia, intervista ad Alessandra Cagnino autrice di “Unica a mio modo, proprio come te”

Alessandra Cagnino Unica a mio modo

Una storia vera che racconta come l’anoressia possa rubarti momenti unici, ma è possibile vincere questa malattia e ritornare a sorridere. Ce lo racconta chi l’ha vissuta sulla propria pelle


Abbiamo fatto due chiacchiere sull’anoressia con Alessandra Cagnino, autrice del libro “Unica a mio modo, proprio come te”. Vittima stessa della malattia ormai 4 anni fa, la 22enne Alessandra, in questa intervista, si mette a nudo nelle sue fragilità e nella sua grande volontà di rinascere più forte di prima, perchè ‘è proprio quando pensate di aver perso definitivamente la partita che dovete cominciare a lottare per vincere'”.

Ma ora entriamo nel vivo e scopriamo qualcosa di più su Alessandra Cagnino e sulla sua esperienza a contatto con l’anoressia, una malattia che colpisce ancora troppi giovani.

Fonte: @ilblogdelleditore

Il tuo libro possiamo definirlo come un diario della tua esperienza. Come è nata l’idea di mettere nero su bianco il tuo vissuto?

“Definisco il mio libro come un vero e proprio viaggio all’interno di quelli che sono stati i pensieri: l’idea di mettere nero su bianco il mio vissuto non c’è mai stata… è venuta fuori all’improvviso, nel tempo”.


Ci racconti un po’ della malattia? Come è cambiata la tua quotidianità alla comparsa dei sintomi?

Unica a mio modo, proprio come te racconta l’arte di saper perdere la strada di casa attraverso quella che si è rivelata, poi, essere stata la mia malattia: caddi in anoressia all’età di 17 anni; da un giorno all’altro la mia quotidianità comincia a prendere una piega diversa fino ad arrivare, quasi, a non riconoscere più il mio volto allo specchio”.

Fonte: @ilblogdelleditore

Tu abiti in un paese relativamente piccolo, e si sa, nei paesi si mormora. Sei mai stata bersaglio di pettegolezzi? E, nel caso, come hai reagito?

“E’ inevitabile pensare di essere soggetta all’occhio critico della gente, in casi come questi: mi sono ammalata tra i banchi del liceo e, quindi, in un mondo costruito solo su basi artefatte. Vanessa, la mia migliore amica, è stata l’unica capace di non vedere quello che stavo facendo come qualcosa di sbagliato, in quel momento. Dedicare, interamente, questo libro a lei si è rivelato estremamente necessario: ogni lettera che, nel tempo, sono riuscita a scriverle racchiude bene la potenza del legame che, ancor oggi, custodiamo fra le mani”.


Guarire da un giorno all’altro sembra impossibile, ma ci possono essere delle scintille che possono scatenare, anche quando meno te lo aspetti, una reazione positiva: nel tuo libro hai raccontato un aneddoto importante. Hai voglia di ripercorrerlo?

“Guarire da un giorno all’altro si è rivelato possibile nel momento in cui cominciai a pensare al contrario di come, finora, avevo pensato: è un piccolo ma grande aneddoto, qui oggi, a svelare quella che amo definire la svolta, del mio viaggio. Un ristorante messicano sul mare, una sera di fine maggio e una tavola colorata e super imbandita sono gli elementi che mi hanno permesso di recuperare il mio corpo, a percorso inverso. Alzarsi da quel tavolo con l’idea di poter intravedere, di nuovo, la luce… questo resta e sempre resterà, per me, un vero e proprio atto di coraggio. Una dichiarazione d’amore che, prima di tutto, decido di fare a me stessa”.


Nel tuo libro scrivi “Arrivare in palestra e non avere come obiettivo l’autodistruzione è sinonimo di come la mia malattia sia solo ormai un brutto ricordo”. Ci racconti il rapporto di odio e amore che avevi nei confronti dello sport?

“Non mi dimentico di ripercorrere tutta l’energia spesa nei confronti del mondo dello sport: una sorta di veleno-antidoto; sono arrivata a pesare 44 kg cominciando a pensare alla corsa come una vera e propria sfida con se stessi. Allo stesso modo, non sarei mai stata capace di donare, di nuovo, forma e vita al mio corpo senza la palestra. Amo definirmi una combattente: non ho mai pensato di tornare a fare sport con la stessa mentalità dell’epoca”.

Fonte: @ilblogdelleditore

Ultimamente ha fatto molto discutere la nuova modella di Gucci che sembra ribaltare il modello tradizionale di bellezza in passerella, come le modelle curvy che sembrano solo ora essere viste di buon grado dal pubblico. Alla luce di tutto questo, secondo te, la moda di oggi è pronta a dire addio agli stereotipi sulla bellezza?

“Per quanto riguarda la moda di oggi, non credo sia ancora veramente pronta a dire addio agli stereotipi sulla bellezza quanto più a proporre il mondo come una grande realtà in balia di infiniti schemi. Non esiste, alla fine, una vera e propria strategia per mettere in atto il proprio spirito di unicità: forza di volontà, determinazione e coraggio beh… quelli, però, non possono di certo mancare”.


Quando hai raggiunto la consapevolezza della tua malattia e la voglia di rinascere?

“Ho raggiunto la consapevolezza di essermi ammalata solo una volta giunta al, quasi, termine della corsa: l’idea di guardare qualcuno che non ricordasse più la vecchia me è stato sicuramente il gesto più emblematico per pensare, davvero, di poter ripartire. L’anoressia mi ha insegnato a tenere viva e salda la speranza anche quando sembri non ci sia più nulla da fare; l’anoressia mi ha portato a credere come si potesse, anche, compiere un viaggio dalle tenebre nella luce”.


Qual è il consiglio che daresti a chi soffre oggi di anoressia?

“L’anoressia non può che essere, da me, definita la ‘mia cicatrice sul cuore’ per le onde che il mio corpo evidenzia e per il mio essere ‘delicata, ma potente’ in cerca di un equilibrio che penso di avere ritrovato. Il consiglio che darei a chi oggi soffre di anoressia è di affidarsi solo a coloro che, anche nel pieno della tua battaglia, siano ancora capaci di regalare amore e dedizione; non esiste un percorso univoco, bensì mille rotte… auguro a tutte le persone che avranno modo di leggere le mie parole di tornare a casa solo quando consapevoli di aver vissuto tutto quello che meritavano di vivere”.


Per concludere, a chi consiglieresti “Unica a mio modo, proprio come te”?

“Più che consigliarlo, lo realizzo nella viva speranza che, un giorno, la prossima generazione non debba affrontare quello che io, invece, ho affrontato. Unica a mio modo, proprio come VOI”.