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“Cambiare l’acqua ai fiori”: gesti quotidiani che scandiscono un’esistenza e salvano

In vetta alle classifiche da mesi. Ecco perchè si parla così tanto di questo bestseller di origini francesi


Coccolarsi con la scrittura fluida e seducente di “Changer l’eau à les fleurs” immedesimandosi nella giovane protagonista del romanzo: Violette; capita così, di sprofondare nella storia, con il libro fra le mani, tenendolo vicino a sé, proteggendolo. Questa, la sensazione del romanzo di Valérie Perrin, “Cambiare l’acqua ai fiori” titolo italiano, il quale fa pensare, erroneamente, che il tema della perdita sia quello principale.

Ma lo stupore è tanto leggendo, dato che, all’opposto di quel che si crede, è la rinascita il tema cardine. Violette, giovane donna custode di un cimitero di una cittadina francese, personaggio chiave del romanzo è l’emblema della rinascita, portatrice di delicatezza, di un dolore che risuona nella sua quotidianità e non solo nei suoi gesti, ma nel suo modo di vestire, nei suoi pensieri, nel suo desiderare intimamente la primavera dopo un lungo inverno.

Il colore vivace dei suoi abiti, coperti del tutto dai suoi caratteristici cappotti scuri, rappresenta il simbolo della vita che sente e desidera, che solo il tempo che scorre concederà. Di Violette ci si innamora. Man mano che la lettura scorre, trapela l’anima di questa giovane donna che, seppur attraversando le tenebre, si concede il tempo di rifiorire. In ogni riga, trapela la fiducia in quel che sarà.

Violette, vive ogni istante della propria esistenza, ricercandone il senso, anche quando improvvisamente sente di non aver più motivo d’esistere. Così la lettura si arricchisce di particolari simbolici, come l’orto, attiguo alla casa in cui vive, questo, diviene il “luogo sacro” della sua ripartenza, in cui fiorirà. Coltivare, curare i prodotti di quest’orto, vederne fiorire e spuntare i frutti, assaporandone e condividendoli, diventerà per lei il mantra di una quotidianità che sana, allevia ferite.

Il vecchio custode del cimitero, che precede Violette, si può paragonare ad un maestro di vita, che le insegna a prendersi cura di se stessa e del suo dolore, con l’esempio, l’esperienza, le parole che curano l’anima. È così che Violette impara a cullare il ricordo vivo della sua amata figlia Léonine, riscoprendola nel germoglio delle piante da lei coltivate, con amore e dedizione e ritrovandola ogni qual volta vi è una fioritura. Violette, però, vede nel contempo deragliare il suo matrimonio e l’uomo che sposa; assente, in continuo girovagare a vuoto, fragile, sicuramente anch’esso alla ricerca di un senso, che neanche la nascita della sua bambina gli darà e che al dolore non saprà reggere.

Così, “Changer l’eau à les fleurs” rimanda alla responsabilità del ruolo genitoriale, al valore necessario da conferire alle parole che si utilizzano, che hanno il potere di essere fortemente diseducative e lapidanti nella crescita. Al termine di questa piacevole lettura si comprenderà chiaramente quanto gli effetti che le scelte degli adulti compiono condizionano fortemente una vita in evoluzione, come in Philippe, il quale non fa altro, crescendo, che somigliare ad un ideale di figlio voluto prepotentemente da una madre anaffettiva, non a se stesso, trascinandosi nella disperazione e nel vuoto.

Una vera e propria ricerca di senso questo scritto dunque, un via vai di scelte, sbagli consapevoli e non, di itinerari intrapresi fino in fondo o interrotti, di gesti quotidiani che scandiscono un’esistenza e che salvano come, semplicemente, cambiare l’acqua ai fiori; un gesto d’amore, di compassione, di conforto verso se stessi, di accettazione della finitezza umana, ma anche di fiducia di ciò che sarà, un monito alla ricerca di quella forza che ognuno possiede, di conoscersi veramente, ascoltarsi senza giudizio, accettandosi, orientando la propria vita nella direzione del benessere personale, indispensabile a star bene nel mondo.

Recensione a cura di Antonella Lovece

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