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In Recensioni

Cime tempestose – la recensione

Una storia intensa e ricca di contrasti tra l’amore e la dannazione, gestita in 500 pagine di una scorrevolezza e una godibilità uniche


Pubblicato nel lontano 1847 e scritto dalla sapiente penna di Emily Bronte, sorella di Charlotte (autrice di Jane Eyre), Cime tempestose si può definire come un racconto nel racconto.

Il nucleo della storia, il turbolento amore tra l’agiata (e per molti versi capricciosa) Catherine e il vendicativo Heathcliff, infatti, viene narrato dalla voce della governante Nelly.

“Mi degraderebbe sposare Heathcliff, ora come ora; così non saprà mai quanto lo amo: e questo Nelly, non perchè sia bello, ma perchè lui è più di me stessa. Di qualsiasi materia siano fatte le nostre anime, la sua e la mia sono la stessa cosa. […] Nelly, capisco che ora tu mi veda come una perfida egoista; ma non ti è mai venuto in mente che se io e Heathcliff ci sposassimo saremmo due mendicanti”.

La relazione tra i due protagonisti si può definire una commistione tra la passionalità (nella sua accezione positiva) e la violenza, una sorta di opposti, che finiscono per dannare per sempre Mr Heathcliff, che per un amore mai appagato, si riempie di odio e rancore indirizzato a chiunque inciampi sul suo cammino.

Per molti aspetti, seppur non nella trama, Cime tempestose si può accostare idealmente al romanzo di Charlotte Bronte. L’amore non è mai un sentimento leggero e che dona felicità, ma abbraccia varie sfumature della “passionalità”, dalle più armoniche e chiare, alle più cupe e tenebrose.

Come il vicino romanzo della sorella, infatti, Cime tempestose unisce tratti romantici e toni gotici: l’atmosfera si delinea tra l’inquietudine e la vista della fresca brughiera inglese, i sentimenti contrastanti, l’esistenza di anime che talvolta tormentano, talvolta allietano i vivi.


A livello personale, nelle sue quasi 500 pagine, ho trovato il romanzo davvero scorrevole, nonostante la sua intensità e profondità di veduta, una vera perla che dovrebbe essere letta da chiunque almeno una volta nella vita. Anche soltanto per l’intreccio di narrazione e gli elementi narrativi presenti.