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In Arte/ Saggistica

Critica portatile al Visual Design: non c’è realtà senza immaginazione

Dal primo oggetto realizzato in serie nel ‘400 alle magliette con la Gioconda: un percorso storico-pratico alla scoperta del visual design


Cosa accomuna la copertina di un libro e l’etichetta di un paio di mutande? Un film e una confezione di pasta? Sembrerebbe una domanda difficile, ma chi conosce Riccardo Falcinelli, autore di libroni dal grande impatto visivo come Cromorama e, l’ultimo, Figure, non avrà certo difficoltà a rispondere.

Il visual design ci circonda. E in molti hanno imparato a riconoscerlo: nella grafica delle grandi aziende, nelle pubblicità, nelle interfacce del computer o del telefonino, nelle copertine dei libri o nei video musicali


Alla scoperta del visual design

Ma il visual design, in fin dei conti, cos’è? Riccardo Falcinelli, uno dei più apprezzati visual designer nel panorama della grafica italiana, in “Critica portatile al visual design da Gutenberg ai social network” ce lo rendere chiaro. Ma ciò che sicuramente va compreso è che questo particolare linguaggio, riflesso di una società in continua trasformazione, informa, narra e seduce: tecniche e fini vanno assaporati e compresi con piccoli e grandi esempi dal mondo digitale e fisico, che l’autore ci illustra con sguardo esperto e coinvolgente.

A prima vista potrebbe sembrare che il visual design, che si fa forte della serializzazione, sia una pratica moderna, dei giorni nostri o comunque scatenato dal genio di Andy Warhol con la sua Pop art, ma non c’è niente di più sbagliato. Esempi di serializzazioni ne troviamo già nel Cinquecento. Marcantonio Raimondi, “forse il più grande incisore dei suoi tempi”, venne arrestato per aver essere stato “accusato di quello che, con un termine moderno, chiamiamo design”. Il suo crimine infatti era quello di aver pensato di produrre copie di grandi quadri all’epoca riservati al mondo della Chiesa e delle élite al grande pubblico, attivando una diffusione estesa della cultura.

Ma ad aver fatto il passo più grande in questa direzione è sicuramente Gutenberg, che nel Quattrocento ha stampato il “primo oggetto industriale, cioè di design”, il libro. Con la stampa a caratteri mobili infatti è stato dato avvio a un importantissimo sistema di serializzazione. Ma solo oggi, in particolare grazie alla diffusione della società di massa, possiamo comprendere senza eccessive difficoltà e smorfie che la cultura e l’arte, in particolare il design, possano essere abitati, utilizzati, ma soprattutto visti.


Il visual design è ovunque, anche nel catalogo Ikea o nei libri Sellerio

L’aspetto curioso è che il visual design sia inestricabilmente legato anche a elementi prettamente psicologici: prendiamo a esempio il catalogo di Ikea, “l’idea di fondo è usarlo non come listino, ma come fiction, visualizzando non i mobili, ma il mondo accogliente di chi li abita; e proponendo un gusto, un modo di illuminare lo spazio e perfino un modo di stare e di essere“. Il visual design, insomma, “è tutto, dà forma a un modo di vivere e di pensare nel quale i prodotti abitano l’immaginazione” e lo fa con sapienza.

Se ci pensiamo, quando acquistiamo un determinato marchio, “facciamo nostro” un sistema di valori, idee, sguardi che vengono veicolati attraverso delle merci, che possono essere libri (la vision di Sellerio e di Fandango Libri sono molto diverse tra loro), borse (indossare Louis Vuitton o Carpisa certamente identifica il tuo status), beni tecnologici (i prodotti Apple portano con sè una storia molto innovativa).


Arte o marketing?

Con il design si è arrivati dunque a un importante svolta per il mondo dell’arte – anche se non si è ancora spenta l’idea di alcuni che arte e design siano due cose ben distinte – e del marketing: il disegno non si intende più come un tracciare figure, ma nell’inventarne, il disegno intesto come “strumento per ragionare”.

E’ per questo che la traduzione esatta di “design” sarebbe “progetto” o “progettazione”. Il design dunque, per Riccardo Falcinelli, ha a che fare “la progettazione di artefatti o eventi attraverso procedure prestabilite e ripetibili”. Da qui opere d’arte come “La Gioconda” di Leonardo non possono che essere riprodotte sulla superficie di tazze, magliette, poster: materia che continua a interrogare i grafici su quale uso fare delle immagini.


Una critica anche ai design di oggi

A proposito di grafici e designer, Riccardo Falcinelli, in questo libro che potremmo definire un manuale molto pratico e ricco di immagini, non si risparmia dal sollevare una critica severa ai e per i nuovi designer: “la maggior parte del visual design che ci circonda è mera decorazione, fatta tanto per fare, e a molti (anche tra i potenti) sta sfuggendo di mano la forza di comunicazione a cui potrebbero accedere”.

Tutti i designer oggi hanno a che fare con i pixel, il loro lavoro si riduce a maneggiare proprio questi piccoli tasselli di immagine, e qui viene il punto: il designer per Falcinelli, “dovrebbe essere un modo di ragionare, di impostare problemi, di raccontare storie”, che “non può ridursi a maneggiare box o a spostare pixel […]: le pratiche artistiche e artigianali hanno invece sempre comportato un uso specifico del corpo e dello spazio: non c’è mai stato un guardare senza fare. Scolpire, dipingere, suonare non sono attività che si fanno da seduti guardando il soffitto: le idee della scultura non vengono prima di scolpire, ma vengono scolpendo”.

Certo, sul visual design ci sarà ancora molto da dire e da fare, oltre che da imparare, ma sicuramente chi vuole partire da una buona base per riuscire a interpretare, e non subire, ciò che ci circonda questo libro potrebbe essere un ottimo spunto di riflessione… in serie.