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La prima luna storta – la recensione

la prima luna storta

Una raccolta di racconti, un fil rouge che unisce i momenti bui della gioventù di oggi con un piccolo spiraglio di positività


La prima luna storta” – terzo libro del regista e scrittore Giovanni Algieri – percorre, attraverso una decina di racconti, i momenti grigi che sperimenta un giovane d’oggi, dalla difficoltà di comunicare in famiglia alle piaghe amorose da affrontare.

In questo libro, di circa 130 pagine, si respirano molto le sensazioni, le paure, le “sfortune” che provano i ragazzi di oggi: dal non riuscire a trovare una comune chiave di lettura della vita per via di gap generazionali evidenti, dal gestire storie d’amore in modo spesso confusionario (tra romanticismo o sola sessualità).

In una tavola imbandita per il Natale, troviamo un ragazzo di trent’anni in uno stato di profonda solitudine nonostante sia in compagnia dei genitori, degli zii, dei cugini più piccoli. Tra chi è più grande di lui e chi più piccolo, il protagonista si sente solo, tra una tavolata di chi è rapito dal cellulare e chi si intrattiene con giochi e discorsi “antichi”.

Ma, come accennato prima, questa raccolta di racconti non sacrifica le difficoltà amorose che un giovane incontra: tra una ragazza apparentemente innamorata, che si lascia andare all’intimità con un altro uomo non appena trova l’occasione, e un amore che si conclude senza una chiara ragione.

Ma nell’insieme di “lune storte” che animano il testo, una massima riporta la positività: “La felicità non è un pacco gigante, ma un puzzle da assemblare pazientemente, e che se soffri vent’anni per amori sbagliati non c’è bisogno di altri vent’anni di felicità per pareggiare il conto. Basta uno scatto a colori per compensare un passato in bianco e nero“.

Ma ciò che sicuramente caratterizza “La prima luna storta” è l’utilizzo da parte dell’autore – classe 1989 – della forma del racconto per presentare situazioni e storie che, come legate da un filo conduttore, scoprono un messaggio comune.

“Quel che voglio trasmettere ai miei amici e al mio pubblico è prima di tutto un formato che in Italia è ancora considerato letteratura minore, quello del racconto” ha spiegato Giovanni Algieri, durante un’intervista realizzata da TPI.

Nel nord Europa e in America c’è invece una grande considerazione, da sempre, per la formula breve, che in Italia purtroppo fatica a decollare – conclude Angieri – Ma se noi italiani siamo riusciti ad accettare benevolmente, nel nostro immaginario cinematografico, la dimensione delle serie TV, sono fiducioso che prima o poi anche per la letteratura italiana la formula del racconto possa diventare un nuovo stile di vita e di quotidianità”.