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L’isola di Arturo, il dolore della crescita

Romanzo tra i più noti di Elsa Morante, racconta con realismo la storia di un ragazzo alla ricerca di se stesso


Attesa. Che le proprie gambe diventino abbastanza forti per prendere il largo, che il proprio cuore si indurisca abbastanza per fuggire. Forse a questo non si arriva mai preparati. Forse a vivere non si impara mai. Ma è proprio a quel punto che entra in gioco il coraggio, la follia di volersi buttarsi – senza imbracatura – nel vuoto e tentare che la fortuna assista. E’ proprio questo che Elsa Morante ci racconta ne “L’isola di Arturo” e in parte anche in “Menzogna e Sortilegio”.

Sia Arturo che Elisa, protagonisti di due tra i romanzi più conosciuti della grande autrice premiata, sono destinati a sentire sottopelle il battito della vita – entrambi vedono, sentono, patiscono -, ma senza sentirsi a pieno se stessi, rassegnandosi a un’esistenza da loro odiata. Forse sono troppo visionari, forse troppo sensibili per entrare in simbiosi con il resto del mondo; o semplicemente non vogliono adattarsi a ciò che la società impone.

Io non chiederei d’essere un gabbiano, nè un delfino; mi accontenterei d’essere uno scorfano, ch’è il pesce più brutto del mare, pur di ritrovarmi laggiù, a scherzare in quell’acqua

Che il lettore sia anticonformista o meno, è difficile non entrare in sintonia con i protagonisti e lasciarsi coinvolgere nel flusso di una narrazione quasi mitologica – parallela e senza tempo -, talvolta chimerica, ma sempre realistica. Elsa Morante è brava nel descrivere i luoghi e i tratti psicologici dei personaggi, accompagnando il lettore in un’altra dimensione, ancora oggi vivida.

Ma se si cerca un punto fermo, una storia con un’inizio e una fine, si potrebbe rimanere a bocca asciutta: il racconto di Arturo è quello di un passaggio, alcuni capitoli di una storia che (forse) deve ancora cominciare. Il lungo fluire dell’esistenza che conduce alla maturità, alla vita adulta. E infatti, se proprio si vuole relegare a un’etichetta, “L’isola di Arturo” si può definire un romanzo di formazione.

Forse, davvero io, mentre mi credevo innamorato di questa o quella persona, o di due o anche tre insieme, in realtà non ne amavo nessuna. Il fatto è che, in generale, io ero troppo innamorato dell’innamoramento: questa è sempre stata la vera passione mia

Al centro non può che esserci la formazione dell’identità e della consapevolezza del protagonista. Un’identità forgiata dal rapporto mutevole con il padre, dal sentimento nutrito nei confronti della sua matrigna – che non può non richiamare il mito di Edipo -, da chi si è preso cura di lui da bambino e da una continua tensione verso il successo personale.

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