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L’istinto di narrare – la recensione

Perchè siamo creature così indissolubilmente legate e influenzate dalle storie? Quale potere e funzione ha la finzione narrativa? Perchè ci piacciono così tanto le storie, da non riuscirne a farne a meno?


«La vita umana è avvolta nelle storie a un punto tale che siamo ormai desensibilizzati al loro strano e ammaliante potere. Motivo per cui, nell’intraprendere questo viaggio, dobbiamo anzitutto indagare quella patina di consuetudine che ci impedisce di notare la straordinarietà di questa assuefazione».

Così esordisce il saggio di J. Gottschall intitolato L’istinto di narrare. Come le storie ci hanno reso umani.

Come dice bene l’autore, approcciarsi alla lettura di questo saggio di medio respiro, presuppone il mettersi nell’ordine di idee che si stia intraprendendo un viaggio, uno di quelli in cui ti porti dietro tutto il necessario, il bagaglio culturale acquisto nel corso della propria vita, fino ad ora.


Siamo dipendenti dalle storie perchè…

Il saggio, attraverso un percorso chiaro, indaga circa il rapporto tra uomo e storie, per svelare la ragione per cui l’anima umana sia tanto propensa alle finzioni narrative. L’arte dello storytelling, cara a molti giornalisti ed esperti di marketing, si fonda proprio sulla condizione secondo cui le storie siano droga per il cervello.

«Si possono inventare le più nobili giustificazioni estetiche (o evoluzionistiche) per la propria assuefazione al consumo di storie, ma le storie sono semplicemente una droga che utilizziamo per sfuggire alla noia o alle brutture della vita reale».


Diverse storie per raccontare la Storia…

Ma bisogna considerare, come ci fa notare lo stesso autore, che le storie non sono solo uno strumento d’intrattenimento o svago: esse sono il collante che permette alla Storia – intesa come insieme di avvenimenti storici, diffusa dai manuali di scuola – di essere imparata e ricordata. Non a caso, ognuno avrà sperimentato che un elenco di date non potranno mai rimanere impresse nella mente per anni, se non vengono condite con una storia, un susseguirsi di storie – meglio se interessanti e coinvolgenti.

Purtroppo però, è anche vero che l’insegnamento della storia affrontato con tale metodologia, rischia di cedere ad errori e inesattezze. Prendiamo l’esempio proposto in L’istinto di narrare: le maestre di scuola spesso raccontano l’avvenimento dello sbarco di Cristoforo Colombo in America come un evento esaltante: nel 1942 Colombo, attraversando l’oceano, ha scoperto per casualità l’America, risvegliando in ognuno uno spirito avventuriero, quasi patriottico.

«Ma tutto è praticamente finzione narrativa, non Storia. E’ una storia sbagliata per la maggior parte dei dettagli e fuorviante per il resto».

Nelle scuole elementari, non viene «detto che Colombo sbarcò dapprima nelle Indie Occidentali […] (e che egli e i suoi compagni) uccisero e ridussero in schiavitù gli Atawak (i nativi) con vera avidità e sadica creatività» fino a cancellare dal continente nordamericano la presenza degli stessi.

A tal proposito, secondo storici come H. Zinn e J. Loewen, «i manuali di storia americana sono stati “sbiancati” a un punto tale che non si possono più considerare resoconti di storia, e sono invece rappresentativi di ben precisi occultamenti: un’eliminazione di ciò che è vergognoso dalla nostra memoria nazionale così che la Storia possa fungere da mito patriottico, unificante».


Religione come storia che ci condiziona…

Gottschall riflette anche sul tema religioso, considerando, appunto, la religione come «l’espressione massima del dominio della narrazione sulle nostre menti. […] Secondo ciò che le storie sacre prescrivono i credenti regolano le proprie pratiche di vita: come mangiare, come lavarsi, come vestirsi, quando fare sesso, quando perdonare e quando intraprendere una guerra santa nel nome di una qualsiasi entità sacra».


Simulare equivale a fare

Il saggio edito Bollati Boringhieri riflette anche sulla teoria avanzata da alcuni studiosi come B.Boyd, S.Pinker e M.S.Sugiyama, che sostiene che le storie costituiscano lo spazio nel quale gli individui si esercitino a utilizzare le competenze più importanti della vita sociale umana. Le storie, insomma, pare piacciano tanto, anche quelle più tortuose e particolari, in quanto la «letteratura offra sensazioni per le quali non (si debba) pagare prezzi» nella vita reale.

Immergersi nelle storie procura piacere, poichè l’uomo, immedesimandosi a tal punto con i personaggi – grazie ai neuroni specchio, che favoriscono a livello chimico la cosiddetta “empatia” – è in grado di provare azioni, sensazioni, senza subirne personalmente le conseguenze, temibili nel mondo reale.


I sogni sono rappresentazioni di storie

Le storie poi, si possono definire indissolubilmente legate all’uomo quasi per un vincolo biologico. Ciò può essere dimostrato prendendo a esempio i sogni. I sogni cosa sono? Storie popolate da personaggi ed eventi, più o meno definiti e chiari, che si agitano, prendono vita tutte le notti, all’interno della nostra mente, in modo naturale.


Quale sarà il futuro della finzione narrativa?

Molti ritengono –  a rigore di numeri statistici riguardo il mondo editoriale – che le storie stiano subendo un processo d’invecchiamento e siano in costante decrescita, fino a diventare solo un lontano ricordo. Nelle ultime pagine de “L’istinto di narrare”, Gottschall non crede a questa affermazione a dir poco apocalittica.

Egli scrive:

«Non credo che la finzione narrativa tradizionale stia morendo, nè credo che la sua grammatica universale cambierà mai. Credo però che nei prossimi cinquant’anni la pratica dello storytelling si evolverà in nuove direzioni. La finzione interattiva, in forma di giochi di ruolo, passerà alle frange di fanatici al mainstream. Saranno sempre numerosi coloro che si proietteranno in scenari di fantasia […], inventandosi dei personaggi e facendoli agire in prima persona. Ma lo faranno nel ciberspazio, non nel mondo reale».

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