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Pazze di libertà – la recensione

Pazze di libertà_Meconcelli

C’è chi attende in un manicomio e chi lotta per liberare la società dal regime fascista. C’è chi ama e chi odia con tutto se stesso. E poi c’è chi non smette di lottare per vivere e chi fa di tutto per uccidere


“Siamo all’ospedale psichiatrico, qui dicono che siamo tutti matti. Lo chiamano anche manicomio. E io, che sono qui da un bel po’, di pazzi ne ho visti tanti. Anche i dottori sono pazzi, e le infermiere, e anche le suore, e anche il postino è pazzo. Ci sono pazzi rinchiusi e quelli liberi”

In Pazze di libertà, proprio tra le mura di un manicomio degli anni ’40, viene rinchiusa la protagonista, per un motivo che deve essere scovato sotto i cumuli del regime fascista, sotto un sentimento di libertà (anche intellettuale) e di ribellione che non può più essere messo a tacere.

Sullo sfondo, un amore nato tra due ideologie contrastanti, consumato di nascosto sotto l’odio del fascismo, che sotterra anche l’amore familiare, un bisogno di libertà – fisica e di pensiero –, legami di amicizia che permettono al cuore di rimanere in vita, anche quando la voglia di sopravvivere è sul punto di cedere.

Attese e sofferenze mettono in connessione il romanzo di Silvia Meconcelli, ma anche speranze, affetti nuovi e suggellati dai ricordi che talora si fanno tanto sfocati da trasformarsi in allucinazioni visive, al limite dell’irreale.


Questo romanzo – altalena tra passato e presente – permette al lettore di ricostruire passo dopo passo una storia che si intreccia ad altre, che include vite votate alla ricerca della pace esterna e interiore, della felicità e all’onestà dei propri valori personali.

In Pazze di libertà, infatti, troviamo, accanto alla protagonista, personaggi femminili “comuni, donne fragili e forti, belle o goffe, coraggiose e impacciate, timorose e sfrontate”, che l’autrice ha lasciato pensare, piangere e agire in una realtà che talora ha messo in discussione il bisogno stesso di continuare a lottare per vivere.


Con sapienza letteraria e una trama appassionante, Silvia Meconcelli ha tessuto un romanzo intenso, che porta alla luce un periodo storico che si vorrebbe dimenticare – proprio come tenta di fare la protagonista all’interno del manicomio, che racchiude persone anche sane che finiscono però per impazzire tra quelle stanze anguste e sporche, tra la crudeltà delle infermiere e la disonestà dei dottori.

Ma in tutto questo si respira anche un senso di ottimismo, che si riflette sugli occhi non solo della protagonista, ma della società stessa, tra chi attende e chi lotta.