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“Tutto chiede salvezza”, quando visto da vicino nessuno è davvero normale

tutto chiede salvezza

Una storia che descrive il disagio di una generazione, la sensibilità di un ragazzo di appena 20 anni


Da qualche settimana ha scalato le vette delle classifiche su Netflix l’adattamento in miniserie tratto dall’omonimo romanzo di Daniele Mencarelli. Tutto chiede salvezza ha vinto il premio Strega Giovani nel 2020, ma cosa rende questa storia così di successo? Scopriamolo insieme.

È l’estate del 1994, quella dei mondiali negli Stati Uniti, e Daniele – narratore e protagonista – ha appena vent’anni. Di umili origini, con il suo accento ‘romanaccio’, abita ai castelli romani e lavora come rappresentante per una ditta di climatizzatori: d’altronde quella fu una stagione bollente per i picchi di caldo raggiunti.

“Maria ho perso l’anima! Aiutami, Madonnina mia!” così si apre il primo dei sette capitoli, Lunedì, di cui si compone il romanzo. Sette capitoli, come sette sono i giorni che Daniele deve passare nel reparto di psichiatria dell’ospedale in cui viene ricoverato a seguito di un attacco psicotico e quindi sottoposto a TSO: trattamento sanitario obbligatorio. È così che il lettore viene trasportato in un’altra dimensione, sospesa dal tempo, in una camerata dove albergano altri cinque letti, rifugio di altrettanti personaggi, compagni di sventura, naufraghi nel mare della pazzia.

Parola dopo parola, si riescono a immaginare nitidamente le pareti scrostate dei corridoi, l’odore di disinfettante mischiato a quello dell’urina, il bagno squallido, la sala della televisione e la medicheria dove si nascondono gli infermieri. Quel personale sanitario quasi assente in una storia di disagio psichiatrico: medici e infermieri distratti, che invece di accogliere gli ospiti del reparto, ne sono quasi spaventati, ne hanno repulsione a volte.


Chi è pazzo e chi sano?

Qual è la cura a cui sottoporsi quando la malattia è il vedere la realtà dei fatti da un’altra prospettiva? Daniele porta il peso del mondo sulle sue spalle come un moderno Ercole; il peso di una sensibilità fuori dal comune che gli fa percepire quanto la vita sia ingiusta, e domandare quale sia il suo senso.

Ma a vent’anni cosa si può mai sapere della vita? Come si può gestire l’ansia che divora da dentro, la pressione sociale del dover mantenere una facciata dall’apparenza perfetta quando all’interno ci si sente marcire come una mela?

Daniele si domanda “Che cura può esistere per come è fatta la vita, voglio dì è tutto senza senso, e se ti metti a parlà di senso ti guardano male, ma è sbagliato cercà un significato? Perché devo avere bisogno di un significato? Sennò come te la spieghi la morte? Come se fa ad affrontare la morte di chi ami? Se è tutto senza senso non lo accetto, allora voglio mori”.

È un viaggio, il suo, dentro sé stesso per accettare che non è sbagliato sentire la vita un po’ di più degli altri. In fin dei conti Daniele chiede e desidera solo salvezza: “Salvezza per Mario, Gianluca, Giorgio, Alessandro, Madonnina” che nella pazzia forse sono più sani di chi crede di esserlo.


Una trasposizione che lo rende ancora attuale

Ambientato nel ’94 ma attuale nel 2022, soprattutto la trasposizione cinematografica, coglie a pieno il disagio di una generazione: ragazzi e ragazze non ancora adulti ma non più bambini, persi tra chi vorrebbero essere e chi sono davvero, impegnati a mostrare una versione di sé scintillante per coprire i dubbi e le domande a cui la società non sa rispondere.

Tutto chiede salvezza è una storia che suscita interrogativi profondi in chi vi si approccia: quanti di noi avranno il coraggio di ammettere che in Daniele ritrovano qualcosa di se stessi?

Recensione a cura di Francesca Crepaldi

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