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Un amore – la recensione

La relazione tra un cinquantenne e una prostituta può sfociare in un’ossessione che conduce a perdere consapevolmente ogni dignità e forma di felicità?


“L’incontro con la Laide gli aveva lasciato uno strano turbamento. Come se qualcosa lo avesse toccato dentro. Come se quella ragazza fosse diversa dalle solite. Come se fra loro due dovessero succedere molte altre cose […]. Ma del possesso fisico ad Antonio, relativamente, importava ben poco. Lui la amava per quello che rappresentava di femmina, di capriccio, di giovinezza, di genuinità popolana, di malizia, di sfrontatezza, di libertà, di mistero. Era l’ignoto, l’avventura, il fiore dell’antica città spuntato nel cortile di una vecchia casa malfamata fra i ricordi, le leggende, le miserie, i peccati, le ombre e i segreti di Milano. E benchè molti ci avessero camminato sopra, era ancora fresco, gentile e profumato”.

Con Un amore Dino Buzzati dipinge con lucidità la relazione che si instaura tra una giovane prostituta e il cinquantenne Antonio. La storia di un amore misterioso, tormentato, fatto di umiliazione. Un amore fatto di illusioni e docce fredde, di attese e di dignità calpestate.

Un amore che si rivelerà uno stato dell’anima, un qualcosa di più profondo dell’esteriorità, del detto, del sentito. Un amore che è un’età, uno stato mentale che tormenta il protagonista fino allo sfinimento, all’accettazione, all’abbandono dei fatti.


Ma Un amore è anche il racconto della Milano degli anni ’60, una città sommersa da vizi e ipocrisie, di uomini borghesi che trovano conforto nella prostituzione, in quelle donne che – anche se non bellissime – permettono di farsi toccare, di farsi temporaneamente “possedere”, senza passare per il corteggiamento, senza bisogno di tempo e fatiche, solo per qualche lira, facendo provare all’uomo un (apparente) senso di potenza.

Ma in questo “gioco” il protagonista finisce per tramutarsi in vittima di una prostituta appena maggiorenne, costruendosi consciamente la propria gabbia e rimanendone poi sopraffatto, tra la rabbia e lo struggimento alimentati dalla propria ossessione.

In tutto questo, tuttavia, nonostante l’argomento trattato, si può dire che il romanzo di Buzzati sia delicato, per nulla volgare, un monologo interiore che rivela note psicologiche (e poetiche) limpide che alcuni studiosi considerano addirittura autobiografiche.

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