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Un filo blu: il podcast di Mario Calabresi che racconta la tubercolosi con la letteratura

un filo blu

La malattia come esperienza che avvicina alla morte, il pallone come immaginario di bellezza. Il racconto di un’infezione seconda al Covid per letalità che uccide ancora oggi oltre un milione di persone nel mondo


Matilde moriva il 30 marzo 1856. Il suo epitaffio inizia così: “Qui riposa spenta da lento morbo”. Ma chi era Matilde? Era la più giovane figlia di Alessandro Manzoni, uccisa dalla tubercolosi, una malattia che – antica quanto l’uomo – non ha avuto una causa fino al 1882. Ad oggi sappiamo che ha colpito anche gli antichi greci e ha lasciato tracce del suo passaggio nelle mummie dei faraoni egizi.

Sarà dalla seconda metà del Novecento che scomparirà dalle cronache del mondo, come se non fosse altro che “un ricordo di un tempo molto lontano”. Ma questa stessa malattia, con forme sempre nuove, ancora oggi miete oltre un milione e mezzo di vittime nel mondo. E’ per raccontarla nel tempo e oggi che Chora Media ha realizzato un podcast in due puntate, curate dal giornalista Mario Calabresi e scritte con Simone Clemente per “The Global Fund”, organizzazione no profit per la lotta contro l’aids, la tubercolosi e la malaria.


La malattia in letteratura

Il podcast si addentra nella narrazione della malattia offrendo storie di vita passata che sono state percorse dal morbo. Letterati, artisti, muse: la tubercolosi non si è insinuata solo nelle sfere “basse” della società – “era considerata la malattia della rivoluzione industriale, delle città affollate e malsane” – ma ha colpito anche classi agiate e personaggi noti.

“Violetta Valéry, la protagonista della Traviata di Giuseppe Verdi, fu una cortigiana il cui desiderio di cambiare vita si scontra prima con la rigidità della morale dell’epoca poi con la malattia, la tisi, la forma polmonare della tubercolosi – afferma Mario Calabresi -. Nell’atto finale dell’opera Violetta ha un sussulto vitale, si alza dal letto prima di accasciarsi al suolo, esanime, anche lei come Matilde Manzoni, come i protagonisti e spesso gli autori di innumerevoli opere di quel periodo. Tra le vittime illustri si possono citare il pittore Amedeo Modigliani, lo scrittore e drammaturgo Anton Čechov o la scrittrice Emily Brontë; la figura della celebre poesia A Silvia di Giacomo Leopardi è ispirata a Teresa Fattorini, figlia del cocchiere del poeta, stroncata a 20 anni dalla tubercolosi”.

Come le vite degli uomini, anche la letteratura non venne risparmiata dalla tubercolosi: l’esperienza del sanatorio, che fu vissuta dalla moglie di Thomas Mann, viene raccontata in La montagna incantata. Ad accogliere le scene la struttura di Davous, in Svizzera, dove sono state anche girate le scene del set Youth di Paolo Sorrentino, con le vesti ormai di un albergo di lusso. Ma il racconto della malattia, vista come esperienza dalle tinte buie, si rintraccia anche nella scrittura di Max Blecher. Dalla tubercolosi, infine, non fu risparmiato nemmeno Charles Bukowsky: sembra che abbia scoperto di avere la tubercolosi portando il suo gatto dal veterinario.


L’immaginario della tubercolosi: dal pallore come ideale di bellezza alla malattia come “strumento” creativo

Intorno alla malattia si è creato anche un immaginario: “Ci fu chi, come i pittori preraffaeliti, vide in quel pallore candido degli ammalati un ideale di bellezza. Nelle opere pittoriche del tempo è facile trovare soggetti dalla pelle molto chiara. Molte donne in quegli anni, addirittura, si adoperavano per preservare il proprio pallone che dava loro un’aura bohémien.

“Si pensò che per un artista la malattia fosse addirittura auspicabile“. Afferma lo scrittore Marco Archetti, noto per aver già affrontato il tema della tubercolosi mettendolo in relazione con la letteratura. “Chiunque fosse un artista doveva desiderare la tubercolosi, perché durante il suo decorso si diceva che garantisse una forma di estrema creatività” aggiunge.


Dalla società alla scienza, il confronto con il Coronavirus

Il podcast Un filo blu non trasmette solo un’atmosfera storica e culturale, si addentra anche negli aspetti scientifici della malattia, raccontandone le caratteristiche e le cause, avvalendosi delle voci di medici e ricercatori.

La tubercolosi, causata dall’agente patogeno Mycobacterium tuberculosis, con “le sue piccole cavernette scavate nei tessuti in cui si annidano migliaia di bacilli che possono essere espulsi con i colpi di tosse, diffondendosi nell’ambiente e contagiando altre persone” viene messa anche in relazione con l’infezione da Covid-19, malattia infettiva più letale, seguita proprio dalla tubercolosi.

La pensavamo sconfitta, ma è tornata e rappresenta un pericolo per tutto il mondo. O meglio, non se ne è mai veramente andata dilagando nelle comunità più svantaggiate del mondo” si ascolta nel podcast. L’organizzazione mondiale della sanità stima che circa 4,1 milioni di persone (2,9 milioni in più rispetto al 2019) attualmente soffrano di tubercolosi senza aver ricevuto una diagnosi o comunque senza essere state segnalate alle autorità sanitarie. E’ questo il nodo cruciale del podcast che presenta anche l’attualità e i protagonisti della lotta alla malattia, dall’attivista Zambiana Carol Nawina, all’ex dirigente dell’OMS Mario Raviglione, a capo proprio del programma di lotta alla tubercolosi nel mondo.

Articolo a cura di Sara Erriu

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