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In Arte/ Biografie

¡Viva la vida!: il monologo di Frida Kahlo tra vita e morte

La poliomelite a 6 anni, un grave incidente a 18: il racconto della grande pittrice che ha sfidato la morte


Sono nata sotto la pioggia. Sono cresciuta sotto la pioggia. Una pioggia fitta, sottile… una pioggia di lacrime. Una pioggia continua nell’anima e nel corpo“. E’ con questa immagine che si apre “Viva la Vida!“, il monologo che Pino Cacucci ha dedicato alla vita della grandissima pittrice messicana Frida Khalo, la donna che il destino ha deciso di sfidare: la poliomelite a 6 anni, un grave incidente su un autobus che a 18 anni ha segnato per sempre l’esistenza di Frida, un lento pendolo che oscilla tra la vita e la Pelona, la morte.

Sono rimasta immobile per un mese, in quell’ospedale di calle San Jerònimo. Trenta giorni di tortura silente, le trecce inzuppate di lacrime, mille ore, milioni di minuti e secondi, l’eternità chiusa in un sarcofago di gesso e ferro, un sudario putrido di infezioni e sangue rappreso, di ferite che non si rimarginano e cancrene immonde. Poi, altri mesi confinata nel mio letto della Casa Azul, la mia casa blu, da cui dicevano che non mi sarei più mossa

Fonte: blendspace.com

L’arte come salvezza

Sarà in quelle giornate eterne che Frida comincia a scoprire l’unica ancora di salvezza, la pittura:

Potevo muovere soltanto le mani. Potevo vedere soltanto me stessa: la mia faccia riflessa in uno specchio. La pittura è diventata l’unica ragione per aspettare l’alba, l’alba che sembrava non arrivare mai […]. Ho cominciato a dipingere me stessa perchè non c’era nessun altro e nient’altro attorno a me. Ma era la mia faccia, in quello specchio? O era la Pelona che si incarnava in me, che mi entrava dentro fino a fondersi e sciogliersi in questa eterna stagione delle piogge che è la mia vita?

Ma ciò che esce dalla sua pittura, non sarà il racconto della sofferenza: “Il dolore non si può raccontare. Non c’è linguaggio che possa esprimere il dolore […]. Il dolore è un urlo lancinante, un ruggito a denti stretti, una litana di gemiti, un delirio di parole spezzate, frantumate”. Ma ciò che Frida detesta è la commiserazione: “Non sono malata. Sono a pezzi” e nei suoi dipinti, come scrive Paolo Cacucci, “non si occulta e non inganna: è ‘tutto quello che le passa per la testa’, senza maschere, lasciando ogni tanto prevalere l’ironia come antidoto efficace all’autocommiserazione”.

Fonte: ilsole24ore.com

La sfida tra la vita e la morte

L’esistenza di Frida non sembra che essere una sfida, una battaglia disperata contro la morte, quella morte che la priverà di ogni figlio che ha tentato di crescere nel suo ventre indebolito. Figlio di quell’uomo che, come la vita, le ha riservato tanto amore quanta sofferenza. Tanti saranno i tradimenti che Frida dovrà subire, tanti i sentimenti di rivalsa che la pittrice metterà in campo. Il tradimento di Diego Rivera con la sorella più amata non sarà altro che l’ennesima spranga conficcata nel fianco di Frida, un dolore che, seppur lenito con morfina e alcool, continuerà a bruciare dentro.

Per entrare a pieno nell’intimità di Frida, infatti, non si può trascurare il rapporto amoroso con Diego Rivera, anch’egli uomo d’arte e di impegno politico. Un amore convolato a nozze, nonostante i demoni di Frida e i tradimenti di Diego, definito a più riprese come un donnaiolo.

A condire la vita di Frida Kahlo sarà anche la politica e il sesso: “Quanta passione ci ho messo, credendoci con tutta me stessa. Ma alla fine era, ed è, soltanto il mio modo di distrarre la Pelona, di irridere la Morte, di beffarla e corteggiarla […]. La pittura, gli ideali, la fede in una rivoluzione che sarà sempre come i figli che non ho avuto: abortiti prima di nascere”.

Frida Kahlo e Diego Rivera (Fonte: youtube.com)

Figlia della rivoluzione messicana

Autodefinita “figlia delle rivoluzione”, tanto da dirsi nata nel 1910 anziché nel 1907, Frida è sempre stata una donna forte, nonostante molti istanti abbia pensato di farla finita e mettere per sempre a tacere il suo dolore, quel dolore trasformato in “colori, soli accecanti” che trafiggono come raggi di sole un vampiro.

Ma con il suo carico di busti e stampelle, Frida non ha smesso di lottare: “A cosa mi servono i piedi, se ho ali per volare” scrive. Come il suo Messico, la pittrice aveva in sè quel mix di fatalismo ed energia vitale che distingue la sua terra: punto d’incontro di culture e animi opposti, rivoluzione condotta da “eroi romantici votati alla sconfitta” e da “protagonisti della cultura accanto agli indios senza terra, agli ultimi degli ultimi”.

L’appassionata Frida conservò infatti “per tutta la vita un ideale allo stato puro, un comunismo romantico, un anarchismo istintivo che puntava su quanto di più pulito e sincero poteva esserci nei simboli”. Ribelle in ogni suo gesto, Frida era, come l’ha definita Andrè Breton, “una bomba avvolta nei nastri di seta“.

Fonte: orizzontecultura.com