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La ferrovia sotterranea – la recensione

Un romanzo forte, atroce, disperato, fatto di urla, violenza e dolori. Ma anche di speranza, fuga e salvezza sulle tracce della ferrovia sotterranea


La ferrovia sotterranea” di Colson Whitehead, vincitore del Premio Pulitzer e del National Book Award, racconta un capitolo della storia americana terribile, che ha avuto come fulcro l’odio e la riluttanza verso le persone di colore, considerate dai “bianchi” come schiavi con capacità intellettive ridotte.

In particolare, il romanzo si snoda attraverso la vita di Cora, una ragazzina di sedici o diciassette anni (o almeno così pensa di averne la protagonista, considerando che le date di nascita precise, oltre non essere registrare, non importava saperle: “E che ci guadagnavi a sapere il giorno in cui avevi cominciato a vivere nei mondo dei bianchi? Non sembrava una cosa da ricordare. Da dimenticare, semmai”.

“[Cora] aveva visto uomini impiccati agli alberi e lasciati in pasto agli avvoltoi e ai corvi. Donne scarnificate fino all’osso dal gatto a nove code. Corpi vivi e morti bruciati sul rogo. Piedi tagliati per impedire la fuga e mani tagliate per porre fine ai furti”.

Costretta a un’esistenza di schiavitù e dolore, Cora un giorno di primo Ottocento ha deciso di seguire l’appello del suo amico Caesar: “Io me ne torno al Nord. Fra poco. Scappo. Voglio che vieni con me”. Ne è passato di tempo da quando il compagno di schiavitù le pronunciava quelle parole. Ma il momento era finalmente giunto. Organizzare la fuga era l’unica soluzione possibile.

L’unica via di uscita da quel mondo proveniva da un vociferare che credeva nell’esistenza di una ferrovia sotterranea, fatta di tunnel, binari e anime disperate che sognavano la salvezza nel coordinamento tra le stazioni e gli orari.

Solo dopo una fuga a perdifiato dalla piantagione a cui era costretta Cora, quella ipotetica leggenda si rivela verità: quei binari ci sono, nonostante sembrino orientati verso l’assurdo. E da qui inizia il viaggio, quella che si potrà dire una vera e propria avventura alla ricerca di un posto sicuro dove vivere senza la morsa dei pregiudizi e dalle cattiverie mosse dal razzismo.

Ma la libertà attraverso la Carolina del Nord, il Tennessee e l’Indiana si rivela fragile, fino ad apparire a Cora come “qualcosa che cambiava forma mentre la si guardava, così come un bosco è fitto d’alberi visto da vicino ma dall’esterno, da un campo aperto se ne vedono i veri limiti. Essere liberi non aveva nulla a che fare con le catene o con la quantità di spazio a disposizione”.

Il romanzo, edito Big Sur, ha riscontrato grande successo di pubblico, tanto da essere ribattezzato vincitore di premi prestigiosi. La trama è avvincente come in un vero romanzo d’avventura, spietata come in un romanzo che racconta la realtà senza filtri, ma con un’attenzione particolare alla narratività e al coinvolgimento del lettore che continua a restare incollato alle pagine nonostante siano quasi 400.